Copertina Altro Numero 24TERRA DI MEZZO – De te fabula narratur. Questa volta partiamo da qui, da noi, da Altro, un giornale di giovani. Né carne né pesce, “opera aperta”, dando voce a U. Eco, o, se preferite l’inglese, una situazione work in progress. Ogni stato di sospensione comporta una soglia alta di incertezza e per questo qualcuno vive male, tra la nostalgia di quel che ci si lascia alle spalle e l’attesa che si realizzino le promesse. A volte genera solo ansia sterile ma altre volte è piacevole perché non avere definizioni non obbliga all’uniforme. E le uniformi, come tutte le divise, costringono ad essere. Rivendichiamo questo nostro stare tra, il nostro diritto di non essere più senza essere ancora. Ogni mese ripartiamo e ogni numero è una linea di confine. V. Turner, il grande antropologo del Novecento, ha intitolato un suo libro Betwixt and between: racconta che ci sono tanti mondi pieni di gente messa in questa scomoda situazione di confine. I profughi per esempio, partiti per un viaggio della speranza che doveva durare due settimane e che arriva a capo dopo anni. Quando arriva. Destinati a perdere l’identità di provenienza senza essere riconosciuti in una nuova cittadinanza. Li sentiamo vicini perché vivono anch’essi in una Terra di Mezzo a tempo indeterminato. Nel giornale uno scorcio dal punto di vista di chi si occupa della loro accoglienza. Accanto a un’altra prospettiva, un disoccupato bergamasco che guarda con preoccupazione questi nuovi arrivi. Binocolo alla mano, li osserviamo dalla Terra di Mezzo per eccellenza, quella della giovinezza. “Non permetterò mai a nessuno di dire che i vent’anni sono l’età più bella” scriveva P. Nizan in Aden Arabia negli anni Trenta. In sosta nella Terra di Mezzo vediamo i nostri tirocini allungarsi negli anni e senza un lavoro degno di questo nome non abbiamo la possibilità di staccarci dalla famiglia, anche se qualcuno ci ha chiamato per questo “bamboccioni”. Il brindisi del diciottesimo non inaugura più l’autonomia; per quella bisogna aspettare almeno l’apericena dei ventotto. Tante sono le Terre di Mezzo, intervalli che separano ma che proprio per questo anche uniscono, collegano, offrono transiti. E sempre le Terre di Mezzo sono state situazioni aperte, sempre da qui ha potuto nascere uno sguardo più acuto sul prima e sul poi, su pregi e difetti del mondo, uno sguardo più limpido per scardinare e smascherare. Proprio perché non incasellata né inglobata, la nostra voce può essere un po’ più libera e un po’ più critica. Come non l’abbiamo mai avuta prima. Come, crescendo, temiamo che non la avremo mai più.
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